il gatto e il fotografo...
ovvero: storia di un nik e di un amore al primo sguardo
C'era una volta, in un tempo non molto lontano, una gattina piccina dal mantello bianco e nero. Lei e i suoi quattro fratellini erano stati abbandonati da una madre a dir poco sciagurata ma, fortunatamente, trovati e curati da un gruppo di persone di buon cuore.Più o meno nello stesso periodo una ragazza, fotografo per lavoro e per passione, aveva perso la propria micina in un tragico incidente. Scoperto che c'erano cinque creaturine in cerca di casa, decise di adottarne uno.
I gattini erano stupendi, uno più dolce e birbante dell'altro. Una in particolare dimostrava di avere un caratterino davvero niente male, una micetta bianco-nera, dalla voce squillante e perentoria che chiedeva, no!, pretendeva il suo latte. La ragazza la prese in mano (la micina le stava nel palmo) e l'avvicinò al cuore.
E la gatta decise che quello sarebbe stato il *suo* umano.
perché
"eos"
Il gatto, animale nobile per eccellenza.Quella piccola peste pelosa mi aveva scelta senza possibilità di scampo, mica potevo affibbiarle un nome qualunque!
In quegli stessi giorni avevo fatto un acquisto piuttosto importante, la mia prima macchina fotografica elettronica, una eos50.
Eos, dea greca dell'aurora...
E, guarda guarda, la peste era proprio bianca e nera come la macchina...
Oltre al fatto che aveva decretato che le borse dell'attrezzatura erano assolutamente perfette per andare a schiacciare un pisolino!
un gatto,
un perché
Inutile dire che da quel giorno di Settembre la gattaccia divenne una
delle parti fondamentali della mia vita.La piccola tiranna si dimostrò un gatto modello: mai un filo tirato, una poltrona rovinata, una calza rotta.
Dolce, amorevole, coccolona con me e mio padre, sospettosa, irascibile e pronta a sfoderare i suoi affilatissimi artigli con chiunque osasse avvicinarla troppo.
"Guardare ma non toccare, se voglio, m'avvicino io..."
Regale, signorile, educata, dolce, coccolosa, amorevole.
Agile, scattante, equilibrista, furba.
Ma anche bastarda dentro, suscettibile, caratteriale, schizzinosa e territoriale.
In una parola: un gatto dominante.
La mia gattaccia dominante non c'è più.
Ha regalato a me e mio padre nove anni di dolcezza e amore, conquistandoci con quel suo caratteraccio da gatto selvatico, riempiendo i nostri vuoti, facendoci compagnia quando eravamo troppo soli, consolandoci con una slappatina ruvida e un ron ron da trattorino monopistone.
Quando è morta, ho avuto la forte tentazione di cambiare nik, quel nik che avevo scelto quasi per gioco ma che, in fondo, dice in tre lettere molto di me.
Un gatto non può avere un nome qualsiasi.
E sì, lo so, sono un'iguaribile romantica, forse pure un po' folle, ma la mia gattaccia bastarda avrà sempre un posto speciale nel mio cuore.
